Aspetta a dire

» 06 ottobre 2012 » In Sproloquio » Tag: , , » 6 Commenti

[Quello che state per leggere è ispirato alla musica delle shootin' stars e nasce da una collaborazione molto lenta ma proficua. Inoltre oggi è anche un compleanno, che non è mai cosa da poco.]

C’era un pazzo vicino al muro che parlava da solo. Mi sono avvicinato ma a qualche passo da lui ancora non riuscivo a distinguere le parole. È innocuo, mi sono detto, guarda a terra spaventato come il più classico dei pazzi innocui. Sono andato più vicino, ma lui ha abbassato il tono della voce, come per non farsi sentire.
Sarei dovuto andare via.
Ho chiesto se aveva bisogno di qualcosa. Senza guardarmi ha continuato a bofonchiare parole di cui non distinguevo la forma. Mi sono avvicinato ancora e ancora finché non c’era più distanza a separarci. Il mio orecchio toccava le sue labbra e lentamente senza potermi fermare i miei occhi erano al posto dei suoi occhi e le mie orecchie erano sovrapposte alle sue. Le nostre mani si muovevano insieme e così le gambe. E parlavo. Parlavo con la sua voce.

…parole che muoiono. Le parole. Alcune muoiono in fretta, cadaveri di discorsi lontani che le trovi e ti sembrano vecchie e ammuffite e le sai riconoscere, anzi, anzi, le eviti, le ridi. Non le dici mai con serietà. Potresti riconoscere un vecchio da quelle parole. Quando qualcuno, ormai, come loro, è vicino alla morte vuole portare con sé più mondo possibile, ricordi, desideri, mani. Sempre due, le mani. Se per puro caso le mani sono quattro ce ne sono sempre due che si staccano poco prima della morte e salutano. Salutano. Ma le parole restano e alcune muoiono, ma restano, come se fossero l’ultimo sospiro. Sono morte, ma restano, e pochi le sanno riconoscere, pensano che siano vive, le parole, ma sono morte. Il verbo salvare per loro non funziona. Non funziona più, il verbo salvare. Usiamo salvare per togliere, sottrarre, impedire. E questo è un crimine. Punito. Dovrebbe essere punito. Salviamo qualcuno dalle fiamme, lo togliamo da lì, dalle fiamme, qualcosa che ci fa male, lo sottraiamo, ci salviamo, impediamo che ci travolga, ci salviamo ancora. Salvare non è così. Salvare è avere, salvare è essere. Salvare è unirsi, è quando ti porto. Forse, se non importa dove, quello è salvare. Io ti porto, da qualche parte, non importa dove. E ti salvo. E mi salvo. Insieme. Non togliere, aggiungere: uno più uno. Questo è salvare. Provo compassione per chi non capisce cos’era salvare, prima che morisse. Compassione. Che è morta, compassione. La parola. Oggi compassione è una maschera di pietà. La pietà è distanza, anche se forse una volta non lo era neanche lei. Distante. Ma poi è morta. La parola. E sta portando con sé: compassione. Stanno morendo tutte, le parole che sommavano una persona a un’altra. E da morte sono spazio. Spazio.

…che significa silenzio. Vuoto. Freddo. E ce n’è una, una parola dico, che forse non è nemmeno morta, non è nata. Perché è tutto. È: ti voglio bene. È: ti voglio. È: per sempre. È: tu sei me. È morta in un modo strano, se è nata, questa parola. Se la dici non è più quello che c’è tra me e te. È quello che è stato per gli altri, prima. Perché volevano un nome. Perché non andava bene io e te. Basta. Basta con questo: noi. Volevano qualcosa da portare con loro. E noi non viene via, non lo puoi portare via se hai bisogno di essere te, da solo, anche per un attimo: se hai bisogno di essere: io. È da allora che lo chiamano così, perché volevano qualcosa da scambiare, io do questa parola a te e tu la dai a me. E va tutto lì dentro. È così facile usare una parola quando è morta. Forse si possono riconoscere da questo le parole morte. Da quanto è facile dirle. Ma io dico aspetta, aspetta, aspetta a mettere in bottiglia, aspetta a guarnire di cornice. Perché le parole muoiono quando sottrai, quando togli. Io dico. Aspetta. Aspetta a dire: amore.

 

Harry Potter, Superman o Nelson Mandela?

» 10 agosto 2012 » In Sproloquio » Tag: » 3 Commenti

Vorrei vivere in un mondo pieno di stranezze, tipo magia e superpoteri. Il problema è: quale scegliere? Harry Potter, per esempio, è occhialuto e buono in modo stucchevole, ma può uccidere qualcuno pronunciando due sole parole (che non scrivo perché è proibito); può volare; può spostare gli oggetti stile Luke Skywalker e può creare fuochi d’artificio con le mani. Ecco, creare fuochi d’artificio mi piacerebbe particolarmente.
Ma anche Superman vola, vede attraverso le cose, si veste in un modo assurdo e nonostante questo tutti pensano sia fico (cosa che tornerebbe molto utile quando mi sveglio tardi e mi vesto lanciandomi nell’armadio cosparso di colla). Perché non vivere nel suo mondo allora? Per lo stesso motivo per cui Superman è morto. Superman ha perso contro l’unico nemico che un supereroe non dovrebbe mai sottovalutare: la noia. I lettori sbadigliavano e a colpi di sbadigli lo hanno ucciso. L’interesse crolla quando sei il più forte di tutti e puoi fare quello che ti pare.

Per anni le storie sono andate avanti così: fase uno, ecco il nemico più forte che mai. Fase due, ecco il super potere di Superman che ancora non conoscevamo. Fase tre: Superman grazie al nuovo potere trasforma il nemico in polpettone. E così via, per anni, ANNI. Che palle. In uno dei film c’è un esempio perfetto. Arriva un cattivo superFurbo, perché ehi, se non puoi vincerli con la forza… gli sceneggiatori avranno pensato: cosa possiamo fare? Superman è invincibile! E così il cattivo ci pensa su e alla fine uccide la donna amata da Superman. Così, a sfregio. Ma Superman gira intorno alla Terra in senso contrario alla rotazione del pianeta e vola così veloce da invertire il senso di rotazione e fa tornare indietro il tempo e la ragazza rivive (e la salma di Einstein si cappotta nella tomba). Risultato? Superman è noioso. Anche nel mondo della Rowling esistono magie in grado di far tornare indietro il tempo e la morte ha confini labili, ma sono tutti confini che il lettore conosce. E soprattutto l’eroe rischia. Questo è un punto importante, per quanto controverso. Qualcuno potrebbe dire: io e il rischio camminiamo su strade diverse. Ok, ultimo paragrafo e ultima storia.

Nelson Mandela è uno studente di legge. Passa in carcere 37 anni per essersi opposto al regime. Viene eletto presidente del suo paese nelle prime elezioni multirazziali. Superman avrebbe vinto le elezioni durante la sua discussione di laurea. C’è una grande differenza tra essere invincibile e vincere. Per questo sceglierei il mondo di Harry Potter. Oppure il mondo di Nelson Mandela. Alla fine, sembra che anche il pianeta dove vive lui sia pieno di magia.

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