L’attesa e la fuga

Copertina Le Mura

Ci sono luoghi da cui vuoi solo fuggire e nonostante il tuo desiderio sia forte e rabbioso non puoi fare altro che aspettare. L’anticamera del dottore è l’esempio più facile, così come l’aula piena di studenti prima di un esame. Ma io penso a luoghi più grandi, senza muri visibili, che sanno essere prigioni molto più soffocanti di quelle stanze: tipo alcuni paesi di provincia. Sono luoghi in cui altre persone ci vivono con gioia e che ti costringono a un’attesa piena di rassegnazione.

L’attesa a volte si fa lunga e spesso incomunicabile. Una panchina di pietra ferma lì da un centinaio d’anni e una piazza di valore storico ne sanno qualcosa. È il ragazzino di dodici anni seduto sopra la panchina, però, a sentirsi fuori luogo. A quell’età la prospettiva è chiara: per staccare il sedere da quel posto bisogna passare per un tunnel fatto di esami e scuole dell’obbligo.
In piazza ci sono sempre le stesse persone. C’è uno che urla quando saluta, uno che beve troppo e troppo presto, la vecchina che impiega un’ora ad attraversare tutto il ciottolato e che una volta presa in giro pensi: lei almeno ha attraversato il ciottolato, io sono sempre seduto qui. La differenza, l’unica possibile, la fa chi è vicino a te sulla panchina. Perché condividere un’attesa la rende stranamente meno inutile e per qualche meccanismo misterioso scioglie la fantasia. La fuga diventa più chiara, quasi eroica. Il futuro diventa immenso, talmente pieno che vorresti fare una lista per paura di perdere qualcosa lungo la strada. Grazie alla fantasia ogni momento di quell’attesa è progetto e ogni parola condivisione.
Negli anni molto di quello che ho immaginato sono riuscito a trovarlo e mi ha reso felice. Il resto si divide in due: in parte lo sto ancora cercando e in parte lo scrivo. Non conosco nulla di più emozionante.

(A volte qualcuno diventa una panchina del paese. Quando ti incontri di nuovo vorresti dirgli che tanti anni prima, seduti sulla pietra più scomoda che sedere ricordi, ti ha salvato dall’impazzire. Ma viene il dubbio che a una panchina questi discorsi non interessino più. A volte uno va e l’altro resta, ma questa è un’altra storia.)

[Pubblicato originariamente come Titoli di coda de Le mura]

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