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Storia malinconica dell’uomo senza cervello

» 18 luglio 2013 » In Storie » Commenta per primo!

L’uomo senza cervello è chiamato così senza alcun intento metaforico, dato che la sua caratteristica più strana è proprio quella di essere uguale in tutto e per tutto agli altri uomini, con l’eccezione che nel suo cranio non c’è nulla, niente almeno che una tac o una risonanza magnetica possano rilevare.
Qualche bambino in confidenza con l’uomo senza cervello racconta che bussando sulla sua testa, tenendo l’orecchio accostato, si può sentire un leggero rimbombo, ma mai nessun adulto ha avuto il coraggio di chiedere all’uomo senza cervello di ripetere l’esperimento.

L’uomo senza cervello fa fatica a imparare. Questo sì. Cose semplici per tutti, come aprire le scatolette del tonno, gli richiedono un paio di tentativi per essere comprese, mentre tutti gli altri, grazie al loro cervello, è come se “nascessero imparati”. A volte, ancora oggi, la linguetta del tonno gli si rompe in mano e l’uomo senza cervello maledice il suo cervello, anzi, il fatto di non averlo.
Spesso borbotta tra sé, quando non capisce qualcosa: come ripiegare le schede elettorali, per esempio, o come fare un regalo di Natale perfetto. A volte ride a battute che non lo fanno ridere. Per quanto riguarda i ricordi, l’uomo senza cervello sa spiegare perfettamente perché lui, pur senza la dotazione standard delle persone normali, riesce a memorizzare e a non dimenticare le cose. Secondo l’uomo senza cervello i suoi ricordi risiedono nel corpo: l’ha capito quando la persona che credeva di amare l’ha lasciato per qualcuno che il cervello l’aveva e che sicuramente l’avrebbe compresa meglio. Quando è accaduto, l’uomo senza cervello ha provato un lungo dolore allo stomaco e ora è in grado di tornarci ogni volta che vuole dato che è ancora lì, nello stomaco e lungo l’intestino. Gli odori, invece, li ricorda perché sono catalogati nei polmoni e le paure nel battito del cuore.

L’uomo senza cervello ultimamente va a trovare la madre, lei non sta molto bene. La vorrebbe aiutare, ma non ha idea di come fare. È lui il figlio, è lei che l’ha sempre aiutato. Gli altri dicono che è il tempo e non ci si può fare nulla, ma l’uomo senza cervello questa cosa proprio non la capisce. Quando esce dall’ospedale è molto duro con se stesso e non riesce perdonarsi.

Un giorno potreste incontrate l’uomo senza cervello, potete salutarlo, ma sappiate che è un po’ timido nel parlare, perché sa che gli altri hanno quello che a lui servirebbe per poter comunicare senza timore. Si fa molti problemi, l’uomo senza cervello, tanti, proprio tanti, forse li risolverebbe se avesse quello gli manca. Ma non ce l’ha. Lo sanno tutti e lo sa anche lui.

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Rapunzel: tutta la verità

» 14 novembre 2011 » In Sproloquio » Commenta per primo!

Rapunzel e il suo nuovo amico

Rapunzel fa amicizia grazie al successo

Felice come un bambino sfogliavo la raccolta completa di fiabe dei fratelli Grimm quando ne ho incontrata una chiamata Raperonzola. Il  mio umore si è subito guastato pensando a quel maledetto che in Disney si era impadronito della fiaba per farne un cartone animato di successo. Mi sono accorto però che la favola originale è di tre pagine. Come hanno fatto a tirarne fuori un lungometraggio? Ho letto la fiaba e sono ancora più frastornato. Per farvi capire perché ecco le tre pagine di Raperonzola riassunte in (circa) cinquecento parole.

 Una donna aspetta (finalmente) una figlia. Da casa sua, dalla finestra del primo piano, guarda oltre il muro che delimita il giardino della strega e si fissa sull’orto e sui raperonzoli giganti che ci crescono. A forza di guardare le viene una gran voglia che proprio non può fare a meno dei raperonzoli. Il marito allora scavalca di nascosto il muro di cinta e li ruba. La seconda volta che lo fa la strega lo coglie sul fatto e si incazza. Il marito le racconta l’incontenibile voglia della moglie (di raperonzoli) e la strega “lasciò sbollire la collera”. Decide quindi che può portare via tutti i raperonzoli che vuole, a una condizione: appena la moglie partorisce, la bambina dovrà essere data a lei che provvederà alla sua crescita ”come se fossi sua madre”. Dato che la strega evidentemente non sa cosa significa far sbollire la rabbia, l’uomo accetta, la donna partorisce, la strega arriva, la battezza Raperonzola e se la porta via.
La strega ignora anche cosa significa essere madre di qualcuno e a dodici anni, chiude Raperonzola in una torre completamente sigillata. C’è solo una finestra da cui lei può lanciare i suoi capelli lunghissimi e dorati, grazie ai quali la strega sale su e le dà mangiare.
Un giorno il figlio del re, che non ha nulla da fare, passa di lì per caso e sente la voce di Raperonzola che canta. Gli sembra una bella voce e preso dal testosterone prova a entrare nella torre, ma non ci sono porte. Torna lì tutti i giorni finché non vede la strega che usa una canzoncina:
“Raperonzola, rapina
fa scender la tua codina.”
(Da cui si comprende che la strega non sa nemmeno cos’è una coda, ma conosce bene il rancore)
Il figlio del re aspetta l’occasione per cantare la canzoncina e Raperonzola lo fa salire. Si spaventa perché non ha mai visto un uomo, ma poi le piace e accetta di sposarlo. Si rivedono tutti i giorni e lui ogni volta le porta un pezzo di matassa di seta da intrecciare per fare una corda e farla fuggire. Evidentemente il figlio del re non è un genio, perché a portare una corda bella e pronta non ci arriva. Raperonzola non vuole essere da meno: si lamenta con la strega perché lei pesa e invece il figlio del re “si arrampica in un attimo”.
La strega la prende bene e taglia i capelli a Raperonzola e la manda in un deserto a “vivere tra pianti e lamenti”. Poi aspetta il figlio del re che arriva, canta la canzoncina, e la strega butta giù i capelli tagliati di Raperonzola legati a una trave. Il figlio del re sale e trova ad aspettarlo la strega che lo maledice e gli dice che non vedrà mai più Raperonzola. Lui si spaventa e si butta dalla torre cadendo su “le spine” che gli trafiggono gli occhi e lo rendono cieco. Da quel giorno erra per i boschi mangiando “bacche e radici” piangendo e lamentandosi.
Vaga per anni e poi per caso arriva al deserto. Lì incontra subito Raperonzola perché sente la sua voce e la trova che vive con i loro due gemelli, un maschio e una femmina. Lei piange e gli bagna gli occhi con due lacrime. Lui miracolosamente rivede, ritornano al suo regno dove vengono accolti con gioia e vivono felici per lunghi anni.

 La fiaba evidenzia una completa imbecillità dei personaggi. Inoltre direi che chiunque abbia realmente inventato questa storia è un sadico con deliri paranoidi. Aggiungiamoci che il lieto fine è posticcio come il logo della Nike nel giudizio universale e dobbiamo rendere atto che la Disney ci ha messo molto del suo. Per capire meglio mi sono introdotto nei laboratori segreti della Disney (in realtà la Disney produce armi chimiche) dove ho trovato la formula usata sulla fiaba di Raperonzola. Ho trafugato anche un esperimento intitolato “Saddam Hussein secondo la Disney”. Un giorno forse, quando Assange mi avrà spiegato come diffonderlo senza finire nei guai (ma forse non dovrei chiederlo a lui), lo vedrete su queste pagine. A presto.

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