Ricreazione

» 23 aprile 2012 » In Storie » 2 Comments

Carlo aveva un piano. Appena suonata la campanella della ricreazione si precipitò giù nel cortile interno della scuola e scelse una buona posizione per controllarne l’accesso: non era troppo lontano, né troppo vicino. Voleva osservare l’arrivo di Laura senza farsi vedere, per scoprire con chi avrebbe passato la ricreazione e capire se c’era la possibilità di parlarle. Si guardò intorno. Per ora l’unico ospite del cortile era un gatto addormentato in un angolo.
- Tsk tsk – fece Carlo.
Il gatto aprì gli occhi nella sua direzione e lui si stupì della bravura che aveva avuto nel localizzarlo senza guardare. Ma non c’era il tempo per perdersi in riflessioni di abilità felina: i primi ragazzi cominciavano ad arrivare. Subito si rese conto di aver dimenticato un tassello fondamentale: la merenda. Come giustificare la sua presenza solitaria nel cortile? Carlo tornò su di corsa, sfidando il flusso di ragazzi che scendeva le scale. Appena aprì la stagnola odiò il panino salame e formaggio che avrebbe reso la sua bocca un fiume di alito cattivo. Ma aveva bisogno di un ruolo e con il panino mezzo scartato nella mano avrebbe potuto girare non visto per il cortile. Sarebbe stato un mangiatore di merenda durante la ricreazione, niente di più classico.

Ora poteva cercare Laura. Passò vicino al muretto dove in genere si appoggiava con le amiche, senza trovarla. Poi esaminò, a distanza di sicurezza, tutti i gruppi con cui l’aveva vista parlare in passato. Intanto dava dei piccoli morsi superficiali al pane e mangiava qualche piccolo pezzo di formaggio. Ma il salame no, quello non lo toccava. Il suo alito sarebbe stato perfetto. Ma Laura in cortile non c’era.

Allora gli venne un’idea. Risalì le scale e andò alla porta della terza B. Sbirciò dentro e la vide seduta al suo posto con la testa china su un libro. C’era solo lei. L’occasione perfetta. E in quel momento si rese conto che il piano arrivava fino lì. Ora non aveva idee né parole. Cominciò a camminare su e giù per il corridoio, i minuti passavano e presto sarebbe finita la ricreazione. All’improvviso un fischio arrivò alle sue orecchie. Istintivamente alzò lo sguardo e vide sopra una trave un piccolo uccello che strillava. Incredibile che l’avesse trovato subito così. Non solo i gatti erano bravi a triangolare i suoni. Carlo rimuginò su quella improvvisa dimostrazione di forza. Chissà quante altre cose la mia testa può fare senza che io lo sappia.
Si avvicinò alla porta della terza B ed entrò nell’aula.

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Il trasloco più lungo del mondo

» 24 marzo 2012 » In Diaro » No Comments

Ho quasi raggiunto Aberdeen dove avrà inizio il trasloco più lungo del mondo. E non sarebbe un inizio di viaggio corretto se non tornasse in mente qualcosa che si è dimenticato.

Su eZine trovate Nudo. Una sensazione particolare che si prova di rado, a prescindere dai vestiti. Era il caso di descriverla tramite Marco, Riccardo e gli altri personaggi di questi frammenti. Ecco, almeno a questo ho rimediato.

Se invece volete seguire il trasloco transeuropeo #AberdeenRoma potete usare Facebook o Twitter (che dovrebbero essere linkati in alto a destra). L’inizio è promettente: la macchina, per esempio, è già dal meccanico scozzese, ma questo è un segreto, non lo dite in giro: che figura ci facciamo se non riusciamo a percorrere nemmeno un chilometro?

Una porta aperta (e nera)

» 15 febbraio 2012 » In Storie » No Comments

Nulla attira la mia attenzione. E forse è proprio questo che c’è intorno a me: nulla. Non riesco a definire nemmeno il colore di quello che mi circonda, non so nemmeno che ambiente è: se dicessi bianco, non luce, bianco, se parlassi di una specie di nebbia che non è nemmeno nebbia, forse ci andrei vicino, ma la verità è che intorno a me può esserci qualunque cosa: il mio cervello non la vede, non la registra, non vuole neanche perdere tempo a chiedersi dove sono, perché l’unica cosa di cui ho interesse è davanti, perfettamente davanti a me.
Una porta molto grande, rettangolare, in realtà più un buco, un’apertura che dà il senso della voragine, niente stipite, niente che si possa definire in termini di legno, acciaio, maniglia e cardini; ma in questo mare indefinito io so che esiste questo buco, questa porta aperta (e nera). I miei sensi sono tutti rivolti a lei. Questa particolare parte del mondo ha tutta la mia attenzione, ma per quanto mi sforzi, anche da lì, non arriva segnale. Non vedo nulla attraverso. Non sento un rumore, né una corrente d’aria o un odore. C’è come un velo o una tenda a coprire l’ingresso, il dopo, una tenda nera che mi impedisce di vedere oltre.
A un metro dall’ipotetica soglia mi fermo: qualcosa sta uscendo dal nero. Sono persone che appaiono dalla porta, escono camminando come se non ci fosse nulla di strano, alcuni ridono, altri sono seri. Li saluto, perché come nei sogni so di conoscerli anche se non so chi sono. Loro rispondono ma sembrano avere da fare, come quando si ha fretta dopo aver finito un compito importante. Uno alla volta si allontanano e svaniscono nell’indefinito. Resto solo. La porta è ancora davanti a me. Mi appoggio con entrambe le mani ai lati della voragine e resto a pochi centimetri da questo nero che ancora mi chiude la visuale e mi impedisce di sapere. Da dietro dovrei apparire come un Cristo inchiodato su uno sfondo nero. Immobile, resto in ascolto di me stesso, l’unica realtà che riesco a sentire: ora che ho conquistato l’ingresso mi sento più sicuro. Ora è mio. Comunque non riesco ad attraversare. Chiudo gli occhi pensando che la logica sia inversa: occhi aperti nero, occhi chiusi vista. E invece no, gli occhi chiusi sono occhi chiusi e basta. Provo a sentirne l’odore. Esiste, ma non so classificarlo. Sento un rumore, ma non viene dalla porta, da sotto le mie braccia si allargano due ali, scendono lentamente e si spiegano. E allora perché dovrei interessarmi ancora a questa porta? Chi ha voglia di perdere tempo davanti a un mistero quando si può vivere volando?

Con un colpo di braccia mi stacco dalla porta e mi alzo in volo. Batto le ali e prendo quota lasciando dietro di me quella voragine aperta e nera, alzandomi sempre di più e rendendola sempre più piccola, lontana. Poi una virata, giro su me stesso e con un anello perfetto scendo in picchiata verso quel nero irrinunciabile. L’attimo dopo – in volo radente – la attraverso.

Sono in alto nel cielo. Così in alto da vedere una città sulla destra e un’altra più grande sulla sinistra. Vedo strade e fiumi che riflettono la luce del sole. Vedo così tanti colori insieme che rido a voce alta. Volo sui campi, sulle isole di un arcipelago, vedo templi e contadini che curano gli orti. Poi una corrente fredda mi dice che il tempo è finito. Torno indietro, prendo velocità e mi dirigo di nuovo verso quel buco nero dal quale sono venuto. Ma non c’è più, non so più come uscire, e precipito.

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Il lato buono

» 25 gennaio 2012 » In Diaro » 2 Comments

Periodo di magra per il blog, luna piena e marea per l’esistenza. Per ogni cosa c’è un lato buono, il difficile è capire quale sia tra i due, come nell’ultima cosa che ho scritto su eZine che si intitola, guarda caso, Il lato buono.

Il pezzo di ricambio

» 17 dicembre 2011 » In Storie » No Comments

Franco è un meccanico e un meccanico non guarda le macchine come le guardiamo noi. Per lui le macchine sono vive. Quando entra in un ospedale – quelle volte che è dovuto andare – Franco si sente circondato da colleghi, perché lui è come un chirurgo. L’ultima volta l’hanno rimproverato perché deve smettere di bere. Ora è in lista. Ma anche lui raccomanda sempre di pulire le prese d’aria dalle foglie e ci fosse mai qualcuno che lo fa. Ci vuole cura per fare il lavoro del dottore, la stessa che ci vuole per il suo lavoro. Riparare una macchina non è solo sostituire un pezzo. Non è aprire-cambiare-richiudere. Ragionare così significa restituire la macchina al cliente e vederlo tornare qualche giorno dopo con un problema peggiore. Franco, prima di fare qualunque cosa, ascolta. Ascolta i parenti – in genere il proprietario – e si fa spiegare cosa c’è che non va. Qual è il disturbo. Poi fa la sua visita accurata: fa partire l’auto girando la chiave con lentezza da cerimonia. Il rumore è simile a quello descritto dal cliente, ma mai raccontato nei dettagli come potrebbe fare lui. Il leggero cigolio metallico di un pistone leggermente fuori asse. Il borbottio di una macchina che sta per spegnersi per colpa di un contatto elettrico umido. Il segreto sta nella cura, nel rapporto che si crea tra dottore e motore. Quando c’è bisogno mette la macchina sul ponte, la alza e le controlla l’albero. Ma molte volte è qualcosa di semplice: la coppa dello spinterogeno rotta, per esempio, o una candela che si è spezzata dopo tanti anni di uso.

- È una cosa semplice, vero?
- È un’operazione che ho eseguito molte volte.
- Io… Sono abituato a essere io il dottore.
- È un collega?
- Sono un meccanico.
- Mh. Non si deve preoccupare. Il quadro generale è ancora buono, siamo in tempo per un perfetto recupero.
- Dal suo lato è facile dirlo.
- Deve essere felice: molti aspettano anni per un donatore. Vede, per ragionare nei suoi termini, il suo pezzo di ricambio è arrivato proprio al momento giusto. Non ci ha fatto aspettare con la macchina in officina.
- Ma se fai un errore mentre sostituisci un pezzo del genere, puoi finire per non far correre più la macchina. Mi capisce?
- Guardi, può stare tranquillo. Dopo vent’anni di operazioni più gli anni di chirurgia, ho capito una cosa: è inutile girarci intorno, si tratta solo di aprire, cambiare e richiudere.

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Respirare

» 29 novembre 2011 » In Sproloquio » 1 Comment

Da diversi anni ormai posso dire di aver imparato a respirare. Ho dedicato gran parte della mia vita al respirare e – da quando ho memoria – ricordo di avere sempre avuto grandi risultati nel farlo. Qualcuno suggerisce di dedicare a questa attività allenamenti specifici, ma io ho attuato un’altra strategia, una strategia semplice: farlo sempre, appena ho un secondo. Mi sono applicato con costanza e oggi posso dire di avere accumulato ore e ore di pratica, durante tutto l’arco della mia vita. Quando si ha la passione per qualcosa, non ci si stanca mai.
Se vedeste con quale costanza mi applico durante le mie giornate: credo di essere talmente fissato col respirare da continuare anche mentre dormo. Forse sono eccessivo, non vorrei sembrare un esaltato e di questo mi scuso. Effettivamente a volte credo che sia diventata una specie di paranoia. Mi dico, smetti. E ogni tanto lo faccio, ma poi è più forte di me, devo ricominciare. Quando sarò troppo grande per continuare a farlo dovrò pagare il supporto di qualche specialista, dovranno convincermi che respirare non è tutto, che posso passare il mio tempo a fare altro, ma io mi conosco, mi piace talmente tanto che quando dovrò smettere finirà che ne morirò.

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Everyman

» 23 novembre 2011 » In Libri » No Comments

everyman
di Philip Roth

La vita che lentamente si appanna, la vitalità che sparisce e si allontana, il ricordo della giovinezza e della forza fisica. La malattia che inesorabile entra nel quotidiano.  Sì può scrivere un libro con questo tema centrale senza scivolare nel retorico o privando il lettore del gusto di una buona narrazione?

Sì può, anche se l’obiettivo è centrato solo in parte: Roth riesce a non essere mai retorico, a dire le cose senza essere didascalico, essendo, senza dubbio, vero. Il prezzo da pagare è un libro che non si cura di essere un libro trascinante, che non riempie di eventi una vita, anzi, la vita di ognuno (Everyman, non a caso), di scoppiettanti intrighi. Un libro non facile, privo di spensieratezza, con la parte narrativa ridotta al minimo e l’acceleratore schiacciato sul dolore, la malattia, l’ospedale e le operazioni chirurgiche che violano la perfezione del corpo.

La prima parte è una lunga salita che mette alla prova il lettore, complice un refuso che mi ha completamente distratto e fatto saltare la sospensione (ognuno ha le sue fobie, chiedo perdono).  Più bello nella seconda parte, dove l’ambientazione e il background sono ormai stabiliti e il legame con il protagonista finalmente creato. E se cercate un motivo per leggerlo, ora che avete ancora tra i venti e i quaranta anni, be’, direi che è davvero prezioso conoscere la strada.

Un libro sulla morte e la nostalgia, scritto con una grande tecnica, un libro dove non succede nulla, se non la cosa più importante di ogni vita.

Rapunzel: tutta la verità

» 14 novembre 2011 » In Sproloquio » No Comments

Rapunzel e il suo nuovo amico

Rapunzel fa amicizia grazie al successo

Felice come un bambino sfogliavo la raccolta completa di fiabe dei fratelli Grimm quando ne ho incontrata una chiamata Raperonzola. Il  mio umore si è subito guastato pensando a quel maledetto che in Disney si era impadronito della fiaba per farne un cartone animato di successo. Mi sono accorto però che la favola originale è di tre pagine. Come hanno fatto a tirarne fuori un lungometraggio? Ho letto la fiaba e sono ancora più frastornato. Per farvi capire perché ecco le tre pagine di Raperonzola riassunte in (circa) cinquecento parole.

 Una donna aspetta (finalmente) una figlia. Da casa sua, dalla finestra del primo piano, guarda oltre il muro che delimita il giardino della strega e si fissa sull’orto e sui raperonzoli giganti che ci crescono. A forza di guardare le viene una gran voglia che proprio non può fare a meno dei raperonzoli. Il marito allora scavalca di nascosto il muro di cinta e li ruba. La seconda volta che lo fa la strega lo coglie sul fatto e si incazza. Il marito le racconta l’incontenibile voglia della moglie (di raperonzoli) e la strega “lasciò sbollire la collera”. Decide quindi che può portare via tutti i raperonzoli che vuole, a una condizione: appena la moglie partorisce, la bambina dovrà essere data a lei che provvederà alla sua crescita ”come se fossi sua madre”. Dato che la strega evidentemente non sa cosa significa far sbollire la rabbia, l’uomo accetta, la donna partorisce, la strega arriva, la battezza Raperonzola e se la porta via.
La strega ignora anche cosa significa essere madre di qualcuno e a dodici anni, chiude Raperonzola in una torre completamente sigillata. C’è solo una finestra da cui lei può lanciare i suoi capelli lunghissimi e dorati, grazie ai quali la strega sale su e le dà mangiare.
Un giorno il figlio del re, che non ha nulla da fare, passa di lì per caso e sente la voce di Raperonzola che canta. Gli sembra una bella voce e preso dal testosterone prova a entrare nella torre, ma non ci sono porte. Torna lì tutti i giorni finché non vede la strega che usa una canzoncina:
“Raperonzola, rapina
fa scender la tua codina.”
(Da cui si comprende che la strega non sa nemmeno cos’è una coda, ma conosce bene il rancore)
Il figlio del re aspetta l’occasione per cantare la canzoncina e Raperonzola lo fa salire. Si spaventa perché non ha mai visto un uomo, ma poi le piace e accetta di sposarlo. Si rivedono tutti i giorni e lui ogni volta le porta un pezzo di matassa di seta da intrecciare per fare una corda e farla fuggire. Evidentemente il figlio del re non è un genio, perché a portare una corda bella e pronta non ci arriva. Raperonzola non vuole essere da meno: si lamenta con la strega perché lei pesa e invece il figlio del re “si arrampica in un attimo”.
La strega la prende bene e taglia i capelli a Raperonzola e la manda in un deserto a “vivere tra pianti e lamenti”. Poi aspetta il figlio del re che arriva, canta la canzoncina, e la strega butta giù i capelli tagliati di Raperonzola legati a una trave. Il figlio del re sale e trova ad aspettarlo la strega che lo maledice e gli dice che non vedrà mai più Raperonzola. Lui si spaventa e si butta dalla torre cadendo su “le spine” che gli trafiggono gli occhi e lo rendono cieco. Da quel giorno erra per i boschi mangiando “bacche e radici” piangendo e lamentandosi.
Vaga per anni e poi per caso arriva al deserto. Lì incontra subito Raperonzola perché sente la sua voce e la trova che vive con i loro due gemelli, un maschio e una femmina. Lei piange e gli bagna gli occhi con due lacrime. Lui miracolosamente rivede, ritornano al suo regno dove vengono accolti con gioia e vivono felici per lunghi anni.

 La fiaba evidenzia una completa imbecillità dei personaggi. Inoltre direi che chiunque abbia realmente inventato questa storia è un sadico con deliri paranoidi. Aggiungiamoci che il lieto fine è posticcio come il logo della Nike nel giudizio universale e dobbiamo rendere atto che la Disney ci ha messo molto del suo. Per capire meglio mi sono introdotto nei laboratori segreti della Disney (in realtà la Disney produce armi chimiche) dove ho trovato la formula usata sulla fiaba di Raperonzola. Ho trafugato anche un esperimento intitolato “Saddam Hussein secondo la Disney”. Un giorno forse, quando Assange mi avrà spiegato come diffonderlo senza finire nei guai (ma forse non dovrei chiederlo a lui), lo vedrete su queste pagine. A presto.

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1685 è il codice di sblocco del mio cellulare

» 08 novembre 2011 » In Sproloquio » 1 Comment

Abbiamo tutti i nostri segreti. E insieme ai segreti abbiamo anche un numero incredibile di password, codici d’accesso e domande di sicurezza. Ho cercato di contare quante ne uso io, comprendendo sia quelle che ricordo a memoria, sia quelle che ho scritto da qualche parte, e sono più di trenta. Dietro ognuna di queste chiavi, una volta aperta la porta, ci si trova poco o niente. Anzi, direi che la maggior parte delle password mi servono per  impedire che qualcuno entri e faccia, aggiunga o scriva qualcosa a nome mio. Allora ho deciso di darne via una delle più pregiate: 1685. Voglio vedere quanto resisto senza cambiarla ora che è pubblica.

Se volete partecipare alla liberazione delle password accomodatevi pure.

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Sono solo molto lontani

» 02 novembre 2011 » In Storie » No Comments

Alla fine è solo un ammasso di ferraglia. Tutti a fotografare, tutti con le facce stupite. Ci sono tante cose che potreste fare per migliorare la vostra vita, tanti luoghi in cui potreste essere, e invece siete qua a perdere tempo.

Perrier camminava nel corridoio panoramico, il punto più alto. Non si avvicinava ai vetri e non tornava agli ascensori: girava al centro del corridoio, evitando le coppie e i bambini, scansando i turisti che si affollavano lungo le vetrate e cercavano di occupare il posto migliore. Ogni due passi, uno sguardo all’orologio. Ogni quattro, infilava una mano in tasca e prendeva il cellulare: forse la suoneria si è disattivata per sbaglio (ma la suoneria era attiva); forse ho ricevuto un impercettibile squillo (ma non c’era nessuna chiamata persa).

Un pezzo d’acciaio attaccato all’altro, una marea di bulloni. Una serie di tetti visti dall’alto. Eppure sono tutti così sovreccitati. Cos’hanno di speciale i tetti che fotografano? Sono solo molto lontani sotto il livello dei piedi.

Perrier torna dove erano seduti l’ultima volta. Un bambino è in piedi nel punto esatto e il padre gli sta facendo una foto: – Sorridi! - Non dice a me, spero.  Se fosse una settimana fa, Perrier si vedrebbe abbracciato con la donna della sua vita. E ora lei non c’è: non è seduta, non lo aspetta in piedi, non è in nessun luogo del giro panoramico. Eppure l’appuntamento era qui. L’appuntamento era qui un’ora fa.

Finirà che resterò solo su questo schifo di Torre Eiffel.

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